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Marketing & Branding

Ecco perchè il cervello decide prima di noi

la memoria è la valuta più preziosa del mercato

Il brand nella testa e non sullo scaffale

C’è un motivo per cui, entrando in un supermercato, possiamo passare davanti a dieci marche di crema spalmabile… e finire comunque con la Nutella nel carrello. Non è magia Ferrero, è neuro-posizionamento. Nel nostro cervello esiste un “cassettino” etichettato crema alla nocciola e, in prima fila, c’è già Nutella. Gli altri brand? Sì, li conosciamo, ma stanno in seconda o terza fila.
Il “cassettino Ferrero e il supermercato che abbiamo in testa” lo ha spiegato bene, uno tra i più autorevoli sostenitori del neuromarketing etico, M. Diotto: il nostro cervello funziona come un supermercato organizzato in scaffali. Ogni esperienza, prodotto o emozione occupa uno spazio già definito. Per vincere, un brand deve entrare in un cassettino già esistente — perché crearne uno nuovo richiede troppa energia.

E qui arriva il primo dato interessante: secondo studi di neuromarketing, il cervello è un risparmiatore cognitivo. Non vuole fare fatica, quindi sceglie la strada più corta: tra un prodotto sconosciuto e uno già “archiviato” come affidabile, sceglierà quasi sempre il secondo.

2,3 secondi per restare o sparire

Diotto ricorda che nel digitale abbiamo 2,3 secondi per catturare l’attenzione di una persona prima che salti il nostro contenuto. In TV va leggermente meglio: 9,8 secondi. Dopo, la mente “stacca” e passa ad altro.
E non basta catturare l’occhio: bisogna colpire con un elemento inatteso, quello che le neuroscienze chiamano stimolo attenzionale. È il principio dietro pubblicità memorabili: la pasta Barilla con la musica di Vangelis, o il colpo di genio del competitor Agnesi che, anziché aggiungere suono, lo tolse, costringendo lo spettatore a girarsi verso la TV.
Il messaggio per imprenditori e marketer è chiaro: non basta raccontare il prodotto, bisogna farlo in un modo che crei un rapido intrattenimento cognitivo, altrimenti si finisce nella massa indistinta di messaggi che il cervello scarta.

Categorie semantiche e l’arte di essere “fuori posto”

Una delle tecniche più potenti è abbinare categorie semantiche distanti.
Pandora, brand di gioielli, ha vinto sul mercato non con un prodotto nuovo, ma collegando il mondo della gioielleria al fai-da-te: componi il tuo bracciale come vuoi.
Ferrero stessa, negli anni, ha costruito la comunicazione di Kinder non solo sul gusto, ma sulla categoria emotiva della complicità genitore-figlio, spostando il focus dal “prodotto” alla “relazione”.
Perché funziona? Perché l’elemento inatteso viene memorizzato meglio: il cervello ama la coerenza, ma si ricorda soprattutto ciò che rompe lo schema.

Il neuromarketing etico come vantaggio competitivo

Qui però si apre il tema dell’etica. Il neuromarketing, se usato bene, non serve a manipolare, ma a facilitare l’incontro tra il bisogno del cliente e la proposta dell’azienda.
Come ricorda Diotto, il marketing etico si fonda su quattro regole:

  1. Prodotto giusto
  2. Cliente giusto
  3. Momento giusto
  4. Prezzo giusto

Forzare una vendita a chi non ha bisogno di ciò che offriamo non è strategia: è corto circuito reputazionale.
E nel lungo periodo, i brand che rispettano questi principi — come Ferrero, che non tradisce la promessa di qualità percepita — diventano punto di riferimento nella categoria.
Nel 21° secolo, non vince chi ha il brand più forte, ma chi domina la categoria mentale nella testa del cliente. Ferrero con Nutella non ha conquistato solo il banco della colazione, ha colonizzato un’intera categoria semantica.
Per gli imprenditori e manager questo significa una cosa sola: smettere di comunicare come se il cervello del cliente fosse un vaso da riempire. È, come diceva Plutarco, un legno da accendere. E per farlo servono scintille di creatività, dati scientifici e un’etica ferrea. Il resto è rumore di fondo.

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